Ho conosciuto il lavoro di Andrè per caso imbattendomi nei suoi scatti grazie ad un’amica.
Amo molto le fotografie perché spesso sono veri e propri momenti di felicità rubati e condivisi.
Quelle di Andrè lo sono ancor di più perché arrivano da Gaza e la loro storia mi ha spinto a volerlo conoscere. L’ho incontrato in una assolata e calda domenica milanese mentre al parco di stava allenando sullo skate insieme a due delle sue bellissime figlie con cui condivide questa passione.

1. Ciao Andrè, complimenti sei bravissimo come skater … raccontaci chi sei?
Sono André Lucat e sono un fotografo di 38 anni con una bella famiglia e 3 splendide figlie.
Ho una grande passione per lo skate e per tutta la cultura che si porta dietro e tutto questo ha trovato casa in questo progetto bellissimo che si chiama Gaza Freestyle.
E’ prodotto da un gruppo di ragazzi che fanno riferimento al Centro Sociale Lambretta di Milano. Portano avanti questa iniziativa di sostegno nei confronti della Palestina da qualche anno, in particolar modo promuovono tutta una serie di attività legate al “freestyle”, dal parkour allo skate, dai graffiti al rap e quant’altro … grazie a queste attività siamo riusciti ad avvicinarci ad una realtà complessa come quella di Gaza regalando alla popolazione locale momenti di gioia e di distrazione all’interno di una realtà quotidianamente molto difficile.

2. In cosa consiste Gaza Freestyle? Come lo avete progettato e realizzato? Immagino non sia stato semplice fare tutto questo all’interno della Striscia di Gaza…
Non è stato semplice … Gaza Freestyle si è sviluppato grazie a 4 gruppi di lavoro diversi che sono stati coinvolti per 15 giorni tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, portando avanti diversi progetti oltre al “freestyle”.
Inizialmente c’è stato l’ampliamento di una rampa originariamente realizzata in un viaggio precedente con il lavoro di 4 volontari, me compreso, partiti dall’Italia e sostenuti da una grande manodopera di ragazzi palestinesi. Dopo di che c’è stato un progetto parallelo con la registrazione di un pezzo rap, una canzone cantata metà in italiano e metà in palestinese, registrata proprio a Gaza.
Abbiamo realizzato diversi workshop tra donne italiane e locali per confrontare condizioni della donna nella società islamica. Negli ultimi 10 anni con Hamas la donna è stata limitata in tutta una serie di azioni e libertà. Tutti questi incontri e attività di confronto molto interessanti sono stati documentati da un gruppo media che si muoveva all’interno della Striscia di Gaza per seguire la realizzazione dei singoli progetti.

3. Quanti eravate a far tutto questo?

Sono state coinvolte circa 20 persone tra tutti i gruppi. Io con i miei 38 anni sono il più anziano, i più giovani hanno 20 anni. Tutti provenienti da luoghi differenti, 3 dalla zona di Napoli e i restanti dall’hinterland milanese. Il Centro Sociale Lambretta è stato il filo conduttore per un gruppo di amici che si è auto organizzato per andare a fare un momento di riflessione e di bene.

4. Quali sono state le sensazioni che hai provato in questi 15 giorni? Come è la realtà nella Striscia di Gaza?
La realtà quotidiana li è molto complessa. Da una parte la paura costante dei bombardamenti da Israele, dall’altra hai comunque Hamas e la sua polizia che di base sono fondamentalisti islamici e come occidentale non ti vedono di buon occhio, perché porti una cultura diversa dalla loro. Questo ci ha creato problemi anche organizzativi. Quindi ti senti sempre un po’ sotto attacco o osservazione, non dico minaccia ma quasi … certo l’obiettivo di realizzare Gaza Freestyle regalava sempre forti e belle emozioni che cancellavano tutte le paure.

5. Il fatto di essere padre in mezzo a tanti giovani di Gaza e italiani, che emozioni e sensazioni ti ha dato?
[L’essere padre] Ti fa sentire come se questi ragazzi che frequenti ogni giorno in cantiere fossero tuoi figli anche se per età erano quasi sempre più grandi delle mie figlie … ti fa immaginare siano davvero figli tuoi. Quando senti parlare questi giovani palestinesi che hanno poche speranze, che ripongono nel futuro poche ambizioni se non scappare dalla loro Terra per avere speranze e non morire giovani … è chiaro che fa una grande impressione. Pensi ai tuoi figli, alle loro aspirazioni e sogni.
Soprattutto questo mi ha colpito, percepire il senso di disfatta e rassegnazione verso il futuro dato dalla paura.

6. Cosa avete realizzato nel concreto e nelle speranze con Gaza Freestyle?
Abbiamo completato in meno di 15 giorni un mini skate park, collegandolo ad una mini-rampa già esistente. L’abbiamo ampliata con diversi lavori allestendo un piazzale che sfocia sul porto di Gaza, un punto molto decadente ma potenzialmente molto bello con la vista sul mare. Ci sono anche molti graffiti realizzati sempre all’interno del progetto … la cosa più bella è che sia diventato un punto di aggregazione molto partecipato per i ragazzi di Gaza. Una cosa molto bella perché vissuta da chi pratica skate ma anche da chi non lo pratica, un luogo di sfogo e divertimento per tutti.

7. Mentre a te e ai tuoi amici cosa resta?
Sicuramente un’esperienza bellissima, nata dall’amicizia e dalla voglia di realizzare un qualcosa per gli altri. Tutte le cose realizzate son state possibili grazie ad una raccolta fondi organizzata su internet, un crowd-funding. Dopo di che ci siamo auto-tassati pagando di tasca nostra i nostri voli, soggiorni e i materiali utilizzati … il tutto per rendere possibile Gaza Freestyle. La cosa bella è esserci riusciti e averlo fatto in questo modo lo è ancor di più.

La chiacchierata con Andrè si è conclusa così, con un gran sorriso pieno di speranza e di voglia di fare per gli altri. Un bellissimo messaggio in un periodo dove a volte non si vuole vedere al di fuori del proprio Io. Prendere e mettere in rischio la propria vita per aiutare, anche “solo” con un skate park, i giovani di Gaza. Piccoli messaggi e gesti che possono dare il via a grandi cambiamenti. Grazie Andrè e grazie a tutto il tuo gruppo.

Love JM

 

@Andrè Lucat

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